La vanità

Candela (FG), 2 novembre 2002

- di Mario Cipresso, Mauro Giaciglio, Franco D'Annato -

 

L'antefatto

Amici,
Il tema che propongo di dibattere in occasione del prossimo Raduno del 2 novembre a Candela potrebbe essere la "Vanità" (il Vano), per l'importanza che questa categoria dell'essere assume quando ci si renda realmente consapevoli della preponderanza dell'effimero nella vita.

Cordoglio e saluti

Franco D'Annato


Il fatto

Mario Cipresso

Gentili morituri,

I miei giorni si spengono lentamente e con mesta tristezza raccolgo l'invito di Franco.

Dopo la sofferenza già trattata in Golgotha e il tema della tomba testé finito (nel senso di morto), quale tema se non il vano, il nulla, il vuoto, può pienamente riempire le nostre stanche ore?
Ma cosa dico? Meglio tacere. Perché coltivare questa mesta illusione? Perché continuare questo triste convivio?

Invano parleremo del vano, il vano della vita, il vano dell'esistenza, il vano della casa (il soggiorno, il salotto), tutto è vano. Anche il di-vano.
Soltanto le vostre suppliche mi impediscono di giacere inerme in mezzo alle spine e a fatica raccolgo le penne (nel senso di biro) e vi invio questi inutili versi.


Il vano

O tenebre oscure della notte,
sia il vostro parto un giorno buio,
tramonti all'alba la vostra speranza.
Cercherete invano,
nel sonno eterno di un'anima persa,
una fievole luce, un vacuo sospiro.
Giaccio nel ghiaccio,
nell'immonda brughiera è freddo ogni ramo.
Cerco la fine tra il mirto e l'alloro,
mi riempio di vuoto,
il nulla mi culla,
mi dimeno sul divano.
Tutto è vano, tutto è vano.

 

Franco D'Annato

Grazie Mario per le tue sentite parole di sconforto; mi hanno dato la giusta cera per intervenire.

Vanità

Non un verso vorrò che lasciate
Sulla pietra di mia eternitate
In quel Giorno in cui mesta si chiude
Di ciascun la cinerea palude.

Vanità, velleità vana e truce,
m'incoraggi nefasto saluto
A prestare lo sguardo alla luce
Già che invano il tuo velo è caduto

Lunghi giorni passati a lenire
I tuoi impulsi che invitano al canto
Tanti campi ho rivisto sfiorire
Fuochi fatui lontani nel pianto

Tu ritorni, speranza del nulla,
mentre spalano già terra brulla
per riporvi le braccia incrociate
al principio del ciclo tornate

 

Mauro Giaciglio

Amici,
le vostre parole sono per me un vero sconforto ed il tema da voi dibattuto dilania la mia mente mettendo a dura prova l'istinto suicida che da sempre accompagna la mia vita.
Ho pensato di dare il mio contributo alla vanità del tutto con un haiku.
Ma cosa si intende veramente per haiku? Si intende un componimento breve di 5-7-5 sillabe privo di titolo, fiorito anticamente in Giappone. In questa forma poetica si riflettono tipicamente l'amore della cultura nipponica per il minimalismo e per le cose asciutte e compatte (scrive, infatti, Sei Shonagon: "in verità, tutte le cose piccole sono belle"). Negli haiku il poeta diviene solo uno strumento e l'oggetto che anima il componimento diviene soggetto. Secondo Barthes l'haiku non descrive, ma si limita ad immortalare un'apparizione, a fotografare un attimo ed è per questo che tra le sue peculiari caratteristiche troviamo la brevità, la leggerezza e l'apparente assenza di emozioni secondo i canoni del buddhismo zen.
E' per queste ragioni che ho pensato che la forma dell'haiku fosse indicata per un componimento sulla vanità del tutto, e voglio approffitare anche per dare il mio contributo al pensiero dei sei Shonagon dicendo che: "in verità tutte le cose della vita sono vane".
Cordoglio a tutti
Mauro

una foglia gialla
staccandosi dal ramo
cade e muore

 

 

Daniela Gemito

Cari amici, colleghi illustri, compatrioti di una terra disabitata, percorro volentieri con voi il perimetro angusto di quest'esistenza, scegliendo il modo vano delle parole. La noia, l'era assiderata del trapasso, la vanità dell'essere, una certa pesantazza di stomaco: questo (ed altro ancora) ci unisce. Scelgo dunque, ancora una volta, di condividere con voi le qualità mortifere della vita, in attesa che il nulla ci ingoi, svelando agli occhi assopiti le nostre stesse fattezze d'insetto.


L'estate, l'autunno, la noia, il tormento
Ogni cosa è vana nell'imbuto del tempo
Innalza i suo flutti la tempesta del mare
E il pescatore pesca, e continua a pescare
A valle, solo, l'uomo pascola nel gregge
E il suo dio disperse sul monte la legge.

Ti cerco nel mondo, ma tutto è poi vano
Dopo tutto percorsi il mio desiderio insano
Il mio volo cade alla latitudine dei dispersi
Provo mille volte a ricomporre i miei versi
Ti cerco nel mondo ma sfuggi al confronto
E va bene, che sia, lo pago io il tuo conto.


Ritorna all'Antro