La tomba
Pentecoste 2002
- di Mario Cipresso, Mauro Giaciglio, Franco D'Annato, Daniela Gemito -
Mario Cipresso propone come tema "la tomba", evidenziando l'accezione di tomba come luogo del nulla dove si spengono le ultime speranze, dove la vanità terrena si consuma in un lento e mesto incedere verso la distruzione e l'oblio.
L'ombra della tomba (di Mario Cipresso)
Offuscato dal dolore
cammino lentamente tra i cipressi
L'uccelletto geme tra i rami
piange l'anima nell'aere muto
Perso tra i sepolcri
ascolto il lamento di un cuore malato
Arde la fiammella sopra il marmo
corpi nudi sulla nuda pietra
allungano la mano nel gelido inverno
Non più, ora non più
non tornerete sul verde prato
non torneremo sulle strade del nulla
Non più, ora non più
troppo tardi vi amai, troppo tardi
La morte vi accolga silente
scenda l'oblio sul vostro dolore
si spenga nella tomba
l'ultima speranza.
Franco D'Annato risponde all'ardita provocazione letteraria con la seguente missiva:
"Effimeri colleghi, a che tanto entusiasmo?
Inerme è in me ormai ogni residua capacità d'affrontar tenzoni:
tante, troppe ferite mai guarite e ancor graffianti... Ma tanta ne ho per
stupirmi e dolermi del fatto che voi, proprio voi, sembrate aver forse dimenticato
che il sonno, eterna tentazione, a nulla giova giacché da esso sollievo
giammai potremo trarre.
Epperò stimo troppo la vostra capacità di rassegnazione per
non cadere nelle tediose maglie della tela che ha stancamente intrecciato
per me il vostro vulnerabile animo; pertanto, in questo caso, raccolgo costernato
la vostra lugubre sfida, quel guanto consunto e putrido che, bello e luccicante
come solo una lacrima potrebbe essere, mi avete lanciato, e mi cimenterò
nella vana e nefasta impresa.
Scrivere della tomba, per me, è mesto come scrivere delle prime passioni
che, ovemai affiorate, non ritornano più."
La tomba - o dell'effimero miraggio di Sancho Panza (di Franco D'Annato)
Quei che
tanto slancio pose
nell'umano error d'errare
patì pene, stolto Sancho,
col Chisciotte a disperare.
Mille e
un mulino a vento
per li campi andò vagando
finché s'ebbe, smorto e spento,
mala sorte ritrovando
A tal fato
tu, scudiero,
ribellione osasti opporre
della vita troppo fiero
appendesti al pié zavorre
A quell'acque
fonde e tetre
ti volgevi con ardore
ma trovasti solo pietre
atte al giuoco del dolore
Per Chisciotte
e Sancho Panza
oramai non v'è speranza
viaggian vani per dirupi
trascinando i giorni cupi
Finché
attesa iena apparve
e dei vermi già le larve
li finiron nel torpore
di una fine senza onore
Qui di seguito l'intervento di Mauro Giaciglio
No miei
cari amici,
io non vedo la tomba di tomba come luogo del nulla dove si spengono le ultime
speranze, no, io ci vedo il premio, la bramosia di mettere a tacere, di finire
l'esistenza inutile e bieca che ogni essere trascina su questa terra flagellata
di orrore.
No miei cari amici,
la tomba è l'ultimo atto. Si spengono le luci e gli attori spariscono
dietro il crepuscolo. E per loro niente repliche, solo il consolante brusio
dei vermi che consumano il loro pasto di carne immonda.
La mia tomba (di Mauro Giaciglio)
Vago di
notte
In questo morto cimitero
girando di tomba in tomba
Per cercare la mia ultima dimora
Per trovare il mio ultimo atto
Il momento finale
Quando le spoglie stanche
Avvolte di sottile nebbia
Verranno calate nella fredda terra
In eterno
Riposeranno le mie ginocchia
Le mie stanche membra
Che per tutta la mia inutile vita
hanno trascinato per il mondo
l'ignobile peso dell'esistenza
Ed ecco il contributo di Daniela Gemito
La Morte a Vigevano (di Daniela Gemito)
Le leggi dell'oscura pietanza umana vigevano
Lungo la strada della mia dipartita.
L'astuta signora s'annoiava (partita a scacchi)
A giocare il mio tempo per una vittoria certa.
Partita per Vigevano un giorno
Non feci più ritorno (ai miei nidi di spine)
E macabre deduzioni terrene d'altra vita
Mi condussero alla dimenticanza del sottosuolo.
Vigevano le leggi dell'uomo nell'ora della mia morte
E fu banchetto di lombrichi la mia ultima dimora.
Mai più rideranno le mie mani nel vento.