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Di seguito gli interventi pubblicati in questa sezione, in ordine cronologico.
È notte ormai, tarda la prima luna volge all’occaso e di tremor parlante dice il pallore.
Sapida d’intenzioni, vigile a notte faro spenge la luce e di fianza affatto degna dorme il riposo.
Costì tardando, empi tu all’occhi lume ché di cotal commiato gode stupito il canto.
Dormi, candida falce d’astri lucida e fosca fonte. Dormi d’un sonno che già del dì diman sperante albor riluce
E' arrivato il momento di riportare l'originale brano del Teeteto da cui è tratta l'espressione che fa da motto a questo sito.
Socrate - Quelli che fin da giovani hanno frequentato tribunali e luoghi simili rischiano proprio di sembrare degli schiavi se messi in rapporto con coloro che sono stati allevati nella filosofia, e negli studi che essa ispira, che sono uomini liberi.
Teodoro - Come mai?
Socrate - E’ che a questi ultimi il bene che tu dici è sempre presente: hanno tempo, e i loro discorsi sono fatti con calma, col tempo che ci vuole. Guarda noi adesso: è già la terza volta che prendiamo discorso dopo discorso; i filosofi faranno sempre così se un argomento, a loro come a noi, piace di più di quello che stanno trattando: a loro non importa nulla della lunghezza o brevità dell’argomento; importa solo di raggiungere la verità. Gli uomini di legge invece non parlano mai ad altri se non ad altra gente a cui manca il tempo: l’acqua della clessidra che scorre davanti ai loro occhi non si ferma ad aspettarli. Non hanno libertà di andare a fondo a loro gradimento sull’argomento del loro discorso: il dovere è là, il loro avversario è implacabile con il suo atto di accusa, e gli articoli della legge una volta proclamati sono barriere che l’arringa non deve oltrepassare, consacrati da reciproco giuramento. Queste persone non sono altro che schiavi davanti al loro comune padrone che siede avendo nelle mani una qualche denuncia. I loro argomenti non hanno mai una portata indifferente, ma sempre immediatamente personale, e spesso la loro stessa vita è il prezzo della gara; così tutte queste prove rafforzano le loro energie, aguzzano il loro ingegno, li rendono abili a dir parole che adulano il padrone, insegnano loro la maniera di guadagnarne la benevolenza e le loro anime diventano piccole e contorte. Crescita, rettitudine, libertà, la stessa giovinezza: la loro schiavitù gli porta via tutto, costringendoli a pratiche tortuose; getta le loro anime ancora giovani in pericoli così gravi e in così gravi paure che non potendo contrapporvi il giusto e il vero, si rivolgono tutti alla menzogna, all’ingiustizia che si fanno gli uni con gli altri, e così si piegano, vivono in modo contorto, si rimpiccioliscono. Così non c’è più nulla di sano nel loro pensiero quando la loro adolescenza ha termine e diventano uomini, e credono di essere esperti e saggi.
Mentre su oscuro manto muto mirar ponea tenue chiaror soggiunse d'alba di terza luna
Mi è sempre piaciuto tradurre dal Latino.Certo, da quando traducevo impunemente il "De Vita Beata" di Seneca sono passati una quindicina di anni... durante i quali tanta sabbia si è posata sulle mie conoscenze.
Però un po' di archeologia dell'io la pratico sempre con piacere. Ecco il risultato: due celebri carmi del poeta tradotti da me a inizio ottobre 2008.
"Vivamus mea Lesbia,atque amemus, Rumoresque senum severiorum Omnes unius aestimemus assis. Soles occidere et redire possunt; Nobis cum semel occidit brevis lux, Nox est perpetua una dormienda. Da mi basia mille, deide centum, Dein mille altera, dein seconda centum, Deinde usque altera mille, deinde centum. Dein, cum milia multa fecerimus, Conturbabimus illa, ne sciamus, Aut ne quis malus invidere possit, Cum tantum sciat esse basiorum." Viviamo, mia Lesbia, e amiamoci e ai brusii dei severi anziani diamo in tutto il valor di un nulla. Il sole sa morire e sa tornare; quando la breve luce se ne andrà, ci resterà solo un'eterna notte da dormire. Dammi mille baci, poi cento, e poi mill'altri e cento ancora poi di nuovo altri mille, poi cento. Poi, quando ne saran tante migliaia, li confonderem per non saperlo e perché nessun possa invidiarci al saper che tanti sono i baci
(traduzione di Franco Canna)
Il buon Catullo una volta si prese la briga di riscrivere a modo suo una poesia di Saffo dedicata alla sua Lesbia. La seconda e la terza strofa, con la descrizione del torpore d'amore, sono indimenticabili. E descrivono, con grazia di minuzie, sentimenti altrimenti indescrivibili... Quanto all'ultima strofa, mi faccio un augurio: se questa è la rovina, che possa io andare in malora per tutta la vita!
"Ille mi par esse deo videtur, ille, si fas est, superare divos, qui sedens adversus identidem te spectat et audit dulce ridentem, misero quod omnis eripit sensus mihi: nam simul te, Lesbia, aspexi, nihil est super mi
lingua sed torpet, tenuis sub artus flamma demanat, sonitu suopte tintinant aures, gemina teguntur lumina nocte. otium, Catulle, tibi molestum est: otio exsultas nimiumque gestis: otium et reges prius et beatas perdidit urbes." Pari a un dio mi sembra o, se è lecito, superiore agli dei chi, sedutoti di fronte, lungamente ti guarda e t'ascolta nel tuo dolce sorriso, che, a me misero, rapisce tutti i sensi: appena ti vedo, infatti, Lesbia, non mi resta nemmeno un fil di voce la lingua s'intorpidisce, sottile sotto pelle una fiamma s'infonde, del loro stesso suono rimbombano le orecchie, i miei due occhi s'offuscan come a notte L'amore, Catullo, ti fa male: per amore esulti e troppo smani: l'amore ha già rovinato re e città un tempo assai felici.
Ed eccone una versione in Napoletano, da migliorare con i vostri contributi... commentate!
A me pare ‘nu pataterno O uno cchiù meglio ancora chi, assettato ‘n faccia a te, te po’ guarda’ e sta a senti’ nu sacc ‘e tiemp
a te ca doce doce ce miett’ ‘nu sorriso, ca marammè me stupedea sano sano: cumm’ te veco, Lesbia, nun me rimmane niente manco nu poco ‘e voce
a lengua s ‘nturzechea e dint’ all’ossa se spanne ‘na lampa, ‘e rrecchie s’arriegneno d’‘o loro istesso rummore e ‘ll’uocchie mie se stutano int’o scuro
L'ammore, Catu’, te fa fa sulo guaje: l’ammore te fa sciala’ e te ne vaje ‘e capa: l'ammore ha già ‘nuajato a rre e città ca ‘na vota stevan’ tantu belle.
(traduzione di Franco Canna)
I Non tutti sanno che gli Annales e le Historiae di Tacito non si limitarono al racconto dei tempi della Roma imperiale, dalla morte di Augusto all'avvento della dinastia degli Antonini. Sono stati rinvenuti alcuni libri degli Annales relativi a periodi successivi al 117 dc, anno della scomparsa dello storico. Queste altre vicende sono descritte con la medesima cura e precisione storica che caratterizza i resoconti noti dell'età imperiale. Il lettore potrebbe obiettare che questo Publio Cornelio Tacito non fu coevo di Nerone e Domiziano, ma di Federico II o di Machiavelli o Galileo. Tenga tuttavia nel dovuto conto questo altro elemento: l'ultima delle annate documentate da Tacito potrebbe difficilmente definirsi "storica": a meno di non convincerci che stiamo vivendo nell'anno 2345. E questa è anche la ragione unica per cui il fatto stesso che gli Annales non finiscano i loro racconti all'anno 96 dc è opportunamente occultato alla pubblica opinione.
Color dal sol dipinto sì reale svanisci tra le dune d’improvviso miraggio d’immortale desiderio
Calor d’una carezza mi raccoglie se resto a contemplare quella luce che scura splendon gli occhi dal profondo. Mistero di una spezia dell’oriente, il tuo silenzio intona un canto denso d’aromi delicati e melodiosi
Or che passò tempesta riposa le tue membra fiume che porti in piena acque affrettate al mare
Complici le tue anse un tempo non lontano fluente nel tuo abbraccio cingesti me viandante
Di notte, se tardo a sognare, Cupa mi coglie magia d'incontro di streghe e di fate
Poi che calor t'avvinse cieco tizzòn riarso curvo donasti al vento pioggia consunta al fuoco
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