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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
Ciao a tutti, riprovo a inserire la possibilità dei commenti, ma al prossimo attacco spammoso li tolgo per sempre (e peggio per tutti)
Sette anni fa - era il 2001 - su consiglio di un collega andai a provare la celebre pizza de La Taverna, in via Anzani a Milano. Era il tempo in cui trovare una pizza che avesse almeno la forma della pizza a Milano era impossibile. La delusione fu comunque cocente. Stantei il lasso di tempo trascorso, i miglioramenti generali del quadro pizzerie a Milano e una buona dose di buona volontà, supportato dalle continue lodi provenienti da più voci (anche napoletane) mi sono deciso a offrire un'altra chance a La Taverna.  Eccoci allora al dunque. Tanto per cominciare, una pizza dovrebbe essere rotonda, e la mia non lo era. Non un buon inizio. L'aspetto è quello (forma a parte) della vera pizza: cornicione rialzato, basilico ecc. Ma qui finiscono le coincidenze. Quella che ho mangiato stasera poteva essere iscritta a menu come " crostata al pomodoro con fantasia di formaggi", raccogliendo senza dubbio l'entusiasmo dei cultori del dolce e della nouvelle cuisine. Purtroppo hanno chiamato questa cosa "pizza margherita". Non è poi così divertente - il lettore mi creda - sparare sulla croce rossa. Ma mi tocca, devo farlo. Iniziamo dall' impasto. Insignificante, senza sale, senza consistenza. "Forse avranno utilizzato farina tipo 00", ho pensato per un attimo (che avessi ragione?). La cottura poco accorta è la migliore accoppiata per il risultato desiderato: una pizza bruciata fuori, croccante e... vuota dentro, dolce e dalla trama inconsistente. Il formaggio utilizzato è nella media (prodotto caseario a pasta filata senza sapore, ma almeno non c'è la temuta "colata"); il pomodoro buono, mentre il basilico è di tipo genovese (quindi non adatto a una margherita). Parmigiano non rilevato, ma del resto è un optional. Ciliegina sulla torta, un olio veramente pessimo in grado di dare al tutto un vago sapore di frittura. Prezzi contenuti (pizza, coca e coperto 9 euro), servizio sufficiente, locale conciato per le feste, con tanto di vesuvio, foto di Totò eccetera... In sintesi: se cercate un'esperienza di nouvelle cuisine con fantasie insapori a forma di pizza, La Taverna fa per voi. Se volete mangiarvi una pizza, rivolgetevi altrove (magari al Pomodorino che si trova la traversa accanto). Ci sono delle volte in cui non dovrei dare ascolto alla mia tolleranza. Certi sbagli vanno fatti una volta sola. Ma tant'è, anche stavolta l'ho fatto.
Mi capitano spesso due tipi di sogni mattutini. Il primo si sviluppa a tarda notte e termina con uno stato prossimo alla veglia: sono i sogni più "facili" perché si può in qualche modo "pensare", più che sognare, il finale. Me li ricordo bene, in genere, questi sogni, ma non mi regalano molte emozioni. Poi ci sono i sogni “del week-end”, che iniziano quando la sveglia consuetudinale compie la sua sgradita opera alle sette e mezza ma io vorrei dormire ancora. Allora inizio a pensare a qualcosa che vorrei sognare. È un sogno "pilotato" che potrebbe essere distrutto sul nascere da un rumore, un secondo pensiero che mi svegli definitivamente. Ma, spesso, è il sonno che prende il sopravvento. E allora saranno le severe leggi oniriche che assumeranno il controllo ed è impossibile sapere quale piega prenderà il sogno che avrei voluto fare. Sono i sogni più belli e insieme quelli più angoscianti: regalano sempre grandi emozioni.
Salve a tutti! Di recente è uscito un articoletto su La Repubblica in cui l'autore Gudo Ceronetti contesta l'utilizzo del saluto "Salve" come forma "fredda e sgraziata" e poi addirittura "sgradevolmente infame". Nella sua simpatica prolusione, l'autore passa poi a un elogio del Ciao e dell'addio, forma rimpianta e ormai in disuso. Ci sono rimasto molto male e da giorni medito una replica. Innanzitutto va chiarito che Salve è un saluto benaugurante, derivando dal latino Salvus, cioè sano, in salute. Non è necessariamente un saluto formale. Dico "salve" spesso quando incontro un amico che non vedo da tanto tempo, in luogo dell'abusato "Ma ciaaaaaoooooo"; e soprattutto lo dico quando mi trovo davanti a una platea di persone, senza con questo volerne prendere le distanze. In ogni caso, bisogna ammetterlo, il principale merito di Salve è l'essere l'unica forma che ci salva (mi scuso per il gioco di parole) dalla deriva confidenziale. Ciao è un saluto indubbiamente più intimo, derivante appunto dal suo etimo ricordato dall'autore dell'articolo "sciavo, schiavo, s' intende: tuo". E noi non siamo intimi di tutti, almeno non io. Dunque ben venga una forma cortese, augurale, educata e rispettosa di salutare il prossimo. Il principale merito del Salve è che non presuppone una classificazione, non richiede un atto unilaterale e arrogante, cioè la preventiva decisione sul grado di confidenza che si intende concedere all'altro: è una forma universale, nella misura in cui ci permette di salutare un amico e il vicino in ascensore, senza con questo disdegnare né adulare. Ecco, tanto è quanto dovevo.
Un altro episodio di disprezzo delle più elementari regole di deontologia professionale arriva oggi dal quotidiano on line Corriere.it. L'articolo, che riportiamo qui sotto come pubblicato nella home del sito e nella pagina interna, racconta la storia di un algerino salvato dalle forze dell'ordine mentre i bagnanti di Ostia lo stavano linciando dopo averlo sorpreso nel tentativo di rapire una bambina. Fin qui uno sgradevole episodio doverosamente raccontato. Ma una notizia senza un po' di "pepe" non è una notizia, soprattutto per il popolo della rete, notoriamente guardone a giudizio dell'ineffabile Corriere.it. E così l'autore dell'articolo (non firmato) o il redattore ha pensato bene di inserire la foto dell'algerino malmenato e arrestato. La didascalia della foto, dopo un breve sommario della vicenda, recita: "Nella foto (Faraglia) l'arresto dell'uomo, 31 anno, con gli evidenti segni delle botte rimediate sulla spiaggia" Non c'è trucco, non c'è inganno signori. Ecco a voi l'uomo picchiato agli arresti immortalato tra quattro sorridenti uomini delle nostre forze dell'ordine (non si capisce se contenti dell'arresto o di averlo salvato dal linciaggio). Il lettore sprovveduto si chiederà: ma qual è il problema? Molto semplice. Il problema è che, come ogni giornalista dovrebbe (e il condizionale è d'obbligo) sapere, l' art. 8 del codice deontologico dei giornalisti e l'articolo 144 comma 6 bis del codice di procedura penale recitano così: "E' vietata la pubblicazione dell'immagine di persona privata della libertà personale ripresa mentre la stessa si trova sottoposta all'uso di manette ai polsi ovvero ad altro mezzo di coercizione fisica, salvo che la persona vi consenta". Escluso che l'algerino in questione fosse consenziente e che avesse le mani dietro la schiena per riposarsi un po', la verità è che sarebbe bastato mettere una "pecetta" sul volto dell'arrestato (come ho fatto io nella foto qui sotto) e la fame di voyeurismo dei lettori del Corriere.it sarebbe stata saziata (si noti il rimando alla foto in grande "I segni delle botte - guarda" e nell'articolo l'invito "Guarda la foto dell'algerino pestato") senza che noi giornalisti facessimo, come sempre più spesso accade, la nostra buona figura di merda. 
Riporto qui sotto il testo di una e-mail che ho appena inviato alla Direzione di un supermercato delle mie parti. Prima di esprimere ogni altro giudizio voglio aspettare una loro risposta. Mi auguro proprio che arrivi, perché il fatto ha veramente bisogno di un chiarimento.
"Buongiorno, mi chiamo Franco Canna e sono un cliente abituale del vostro supermercato. Scrivo per chiedere un chiarimento in merito a un episodio a cui ho assistito oggi. Mi trovavo all'ingresso del supermercato, presso il banchetto dove gli addetti alla sicurezza sigillano buste e pacchetti provenienti dall'esterno. A un certo punto, l'operatore che stava appunto sigillando alcuni pacchetti si è precipitato all'interno del supermercato chiedendo a una ragazza, che era appena entrata e credo stesse prendendo un cestino per la spesa, di uscire dal supermercato. Poco dopo è uscito anche un ragazzo che era con lei. I due hanno chiesto spiegazioni e l'addetto alla sicurezza gli ha detto che, per disposizioni non dipendenti da lui, non era autorizzato a farli entrare. Sempre con molto garbo, ha chiamato un'altra persona (un responsabile, evidentemente) che ha confermato la "disposizione". Non essendo tiuscito ad ascoltare i dettagli della conversazione, ma avendo sentito pronunciare la parola "zingaro" nella conversazione tra due addetti alla sicurezza, successivamente ho chiesto all'addetto che mi aveva sigillato il pacchetto come mai quei due ragazzi non erano potuti entrare, se era un provvedimento preso per quei due specifici soggetti (magari avevano fatto qualcosa in passato) o qualcosa di più generale. Lui mi ha detto testualmente: "Da oggi abbiamo avuto disposizione di non fare entrare gli zingari. Noi dipende da noi, è una disposizione della sicurezza interna valida per tutti gli zingari". Non è come giornalista che scrivo, ma come cittadino. E' da oggi pomeriggio che sono molto adombrato per quello che ho visto (la reazione istantanea è stata quella di uscirmene dal supermercato). Si tratta di un episodio vergognoso, se le cose stanno come i miei occhi e le mie orecchie le hanno viste e sentite. Personalmente, sono abituato a lasciare a tutti la possibilità di chiarire le proprie posizioni prima di farmi un'opinione sulle cose. Per questo vorrei sapere dalla Direzione del supermercato se siete a conoscenza di queste "disposizioni", se le avallate, come le giustificate o se si sia trattato di una iniziativa personale del capo della sicurezza e, in tal caso, se intendete prendere dei provvedimenti. Fiducioso in una vostra cortese risposta, porgo i miei più cordiali saluti"
Che cosa dire di Berlino che non sia stato già detto o scritto? Che Berlino è una città piena di dettagli, dove si avverte il senso del tempo, dove le cose succedono, dove si inizia e si finisce, ma qualche volta ci si ferma. Berlino è Londra, Madrid, Roma; Berlino è tedesca, ma non è la Germania. Berlino offende e stupisce, ricorda e procede, abbatte e custodisce, ruba e mette in mostra. Un edificio della Berlino Socialista nei pressi della Karl Marx Allee Il Sony Center a Potsdamer PlatzDagli improbabili angoli della Berlino occidentale ai vuoti dell'Ost, Berlino è un vortice che ci ricorda che tutto è relativo. Mi è capitato di mangiare una pizza napoletana su una spiaggia sulle rive del fiume; il forno a legna era a un metro dal tratto di Muro più lungo tutt'ora esistente. Non so se questo posto surreale ci sarà l'anno prossimo, perché lì deve sorgere un'enorme arena mediatica. Quello che ci sarà senz'altro saranno l'altare di Pergamo e l'amore vincitore di Caravaggio, gli esercizi di stile degli architetti di mezzo mondo e la memoria che vale la pena serbare. Berlino surreale Colonne del tempio di Atena di Pergamo, a Berlino
Di Franco (del 03/08/2008 @ 11:37:51, in Arte, linkato 156 volte)
Quando leggo di quadri che, restaurati, riportano all'antico splendore colori e nudità velate dal tempo e da una certa ipocrita pudicizia, penso che, tra i tanti mali del 21mo secolo, almeno questo non lo abbiamo più. Mi sbaglio. Ispirato forse dalla storia della cappella Sistina o dai mille altri esempi di postproduzione artistica, lo staff di Berlusconi, tra maggio e luglio dell'annus domini 2008, ha deciso di velare con un paio di pennellate i seni del dipinto "La Verità svelata dal Tempo" del Tiepolo. Per fortuna non era l'originale, mon dieu! (qui sotto l'articoletto dal sito del Corriere, dove si omette il dettaglio trascurabile che non era l'originale....)
Sono appena tornato da una splendida vacanza in Turchia. Qui potete vedere alcune foto di Istanbul, Antalya, Kemer, Fethiye, Kalkan, Kas, Olu Deniz, Bodrum e dintorni, Smirne, Efeso
e qui della Cappadocia
La Turchia attraversa un momento politicamente complesso (se ne parla poco da noi) da cui non le sarà facile uscirne senza ferite. La laicità e l'unitarietà dello stato ataturchiano si scontra con l'incalzare dei partiti religiosi e nazionalisti. L'esercito, l'Islam e il PKK schiacciano, ognuno con le sue ragioni, l'incredibile ottimismo e l'intelligenza di quelle genti, la cui storia è insieme sofferenza, superbia e poesia.
In questa estate 2008 ci sono due cose che non mi fanno sudare in santa pace: lo spam e l'antispam. Il primo, che ha infestato i commenti di questo blog nonostante le precauzioni e le misure di sicurezza, mi costringono a sospendere momentaneamente la possibilità di commentare i post. Spero che presto le cose migliorino, chissà. Peggio dello spam è però l'antispam della mia posta al lavoro, un sistema pazzesco. Vi bastino due dati: nessuna funzionalità di apprendimento (benché apparentemente la funzione "rilascia questo muittente" ci sia, lui se ne frega amabilmente e la volta successiva sono punto e a capo). Il secondo dato è numerico: ricevo circa 15-20 messaggi antispam al giorno. Tra le procedure deliranti di visualizzazione e rilascio delle mail, preferirei centomilavolte le mail di eurofarmacia nella mia posta in arrivo! Allora sorge la domanda: ma se l'antispam spamma, chi fa l'antispam dell'antispam? Buona settimana
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